Category: Letteratura

La fine di una storia

Dopo mesi di rinvii, riscritture, tagli e altri casini, sono riuscito a terminare il mio primo racconto da stampare, e devo ammettere che sono molto emozionato. Poter toccare con mano, avere qualcosa di concreto da guardare e sfogliare è un’altra cosa, rispetto alla semplice presentazione a video che ho avuto di fronte per tutto questo tempo. Domani sistemerò alcuni dettagli e infine andrò a stampare la prima copia della prima stesura.

Spero che il mio racconto, il primo di altri, piacerà ai lettori che avranno la fortuna o sfortuna di poterlo leggere dal vivo. Il lavoro è stato faticoso, ma la soddisfazione di vederlo finito mi ha ripagato di tutto. Ora non resta che attendere il verdetto dei primi lettori.

Recensione di “Il Prezzo della Civiltà” di Charles Sheffield

Charles Sheffield è un autore di fantascienza, nato nel 1935 e deceduto nel 2002, che quasi dieci anni prima fu convocato, insieme ad altri tre autori di fantascienza, a provare a immaginare il futuro avanti di 50 anni, secondo quattro punti di vista differenti, dal cautamente pessimistico all’ottimistico.

Charles Sheffield, 1935 - 2002, autore di fantascienza

A lui fu affidato il compito di immaginare un futuro il più ottimista possibile, e scrisse il racconto “Il Prezzo della Civiltà”, nel quale veniva descritto un futuro molto positivo, nel quale erano assenti le guerre e le malattie erano praticamente tutte guaribili, la fame e la miseria erano solo ricordi del passato, come pure il crimine, anche se c’erano sempre degli omicidi, pur se molto rari.

Ma come disse uno dei personaggi del racconto, “ho detto che noi viviamo nell’utopia, non in paradiso. Nel paradiso, tutti sono felici, nell’utopia c’è sempre qualcuno che soffre.”

In effetti, il futuro prospettatoci da C. Sheffield, non è tutto rose e fiori, dato che anche in quel mondo apparentemente perfetto, si annidano sempre gli spettri delle debolezze e della presunzione umana. Infatti, in quel futuro 2042, esiste una legge che discrimina gli analfabeti e i meno dotati intellettualmente, chiamati ironicamente ELITE, e non permette loro di essere alla pari dei cosiddetti “normali”. In pratica, c’è una forma di razzismo latente, che spingerà un padre a “immunizzare” la propria figlia per impedire che resti incinta di un ragazzo di cui ella è innamorata, figlio di due ELITE e quindi condannato ad essere tale (una sorta di sistema di caste come quelle indiane, che vieta di fatto di sposarsi tra ELITE e non-ELITE). Un amico dell’uomo però fa iniettare dal padre della ragazza, a sua insaputa, un virus trasmesso sessualmente che ucciderà il ragazzo.

Un altro spettro che nasconde la cosiddetta civiltà progredita del 2042 è la creazione in laboratorio di nuovi esseri umani chiamati NEOTEEN, capaci con la loro intelligenza superiore, di creare nuovi prodotti avveneristici e a basso costo. Ma questi ragazzi, hanno un aspetto fisico che lo stesso uomo, padre della ragazza e marito della donna che ha ideato il progetto NEOTEEN, trova oltremodo ripugnante, mentre, sempre il suo amico è entusiasta di quel nuovo progresso nell’evoluzione umana, che vede come opportunità anche di un buon investimento, che ovviamente gli frutterà dei guadagni.

Come abbiamo visto, anche in quel radioso futuro 2042 la smania di benessere e potere, e la discriminazione effettiva dei diversi, non si sono estinte dal cuore dell’uomo, sempre prigioniero della sua umanità.

I canti di Dante

Ho ascoltato sul primo canale Rai la spiegazione dei canti della Divina Commedia da parte di Benigni, ovvero quello del Conte Ugolino, che fu rinchiuso in una torre insieme ai quattro figli.

Mi ha colpito il finale del canto, quando il Conte dice: “e più potè del dolor il digiuno”. Il verso, come dice Benigni, è simile a quello di Antonio e Francesca, che recita: “e più non andammo avanti a leggere”. Questi versi lasciano al lettore, il compito di immaginare il significato del verso, in quanto ognuno può interpretarli diversamente, in almeno due modi.

Per quanto riguarda il caso specifico del Conte Ugolino, leggendo questo verso finale il lettore può immaginare che la fame era riuscita là dove il dolore aveva fallito, uccidendo il Conte. Certo, questa sarebbe la conclusione più ovvia, ma avendo letto tutto il canto, che propone chiari riferimenti e analogie col mangiare, come quando il Conte si morde le mani per la disperazione, o la descrizione del sogno da lui fatto, nel quale le cagne inseguivano e mordevano i lupi, potrebbe indurre a pensare che il Conte abbia orrendamente divorato i suoi figli morti, in preda alla pazzia.

Benigni racconta tra l’altro l’episodio del ritrovamento dei cadaveri dei prigionieri, che erano stati mangiucchiati come da topi, tanto che il nome della torre sarà cambiato.

Io immagino che il ripetersi di simili versi sia da attribuire al senso profondo della Divina Commedia, nella quale Dante voleva credo descrivere la natura umana, che può essere ambigua; infatti proprio la possibilità di avere due interpretazioni di questi versi dà all’uomo la possibilità di capire un po’ se stesso. Anche chi crede di essere giusto, e immagina un finale orrendo può nascondere una natura maligna nascosta.

Ognuno infatti interpreta la vita secondo il suo carattere, e così fa coi versi danteschi presi in esame.

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